Giovan Bartolo Botta

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Un attore qualunque – saga ipocondriaca 10

In Un attore qualunque, Uncategorized on giugno 13, 2013 at 10:41 am

Mi balzò sull’osso frontale il musical del 2007 “Buccetti alla guerra di Troia”. Feci la sciolta. Intento a concretizzare le tecniche di combattimento giudoka del prode Odisseo sul castigatore di cuori solubili Mister Paride, calibrai male il tempo di riplano e franai il templare sinistro sul plexiglas. Al termine dello spettacolo anziché fiondarmi in day hospital “ancora non ero un ospitalfly” per accertamenti come saggiamente fece Papa Ratzinger quando era ancora precettore del santo uffizio, feci un giro in quel di Via Ascani. A bermi un caffè corretto al limone. Fitoterapia per il mal di testa. Che cazzata! Forse che i miei disturbi sono pronipoti di quella cascata? Chiesi il parere alla mia ex fiamma laureanda in medicamento. “Hai fatto i radiografici?” “Certo, cara, erano negativi.” “Tutti?” “Sì, tutti. E anche qualcuno in più, te lo posso garantire, tac, tic, toc, tuc, risonanza magnetica e encafelogramma, tutto lindo!” “Allora sei okay.” “Ma io non mi sento sano come il pesce manco per gioco, sono a pezzi.” “Se gli esami erano regolari, vuol dire che i malanni stanno nella tua testa, sei psicosemantico!” Riattaccai la cornetta. Pensandoci, la preferivo in verticale, quella mia ex fiamma… Psicosemantico, quanto mi sarebbe toccato risentirmi sto stornello da urbe nel padiglione auricolare. Uscivo, mettevo il naso fuori dal confine domestico e praticamente anche gli sconosciuti con un colpo d’occhio mi fermavano dicendomi “Lei, signore, è psicosemantico, ingolli le fiale.” Ancora brincavo qualche manuale ma niente più teatrume. Pagine medicinali, anatomia, fisiologia, endocrinologia, istologia e altri ia. Tra un ia e un i-o colsi il jolly. Trattato completo di osteopatia craniosacrale e altri pacciocchi sui tessuti molli. Alla voce manipolazione del cranio stava scritto: Una lesione osteopatica sfugge all’occhio della radiografia. Orgasmai, venni letteralmente sulle pagine di quel manuale manco fosse un fotoromanzo erotico. Ecco la bibbia, e quegli idioti in camice bianco mi avevano bollato come pissulin. Un malato immaginario che pensa di possedere il glabbro di John Holmes ma che di lui ci ha solo le basette. Scesi in strada, bloccai il primo taxi con la forza del pensiero. “All’ospedale più lontano, veloce!” “Ma ce n’è uno dietro l’angolo…” “Lì non posso più andare. Hanno la mia taglia, 50 mila euro per l’internista che non mi compila il triage e mi ricovera direttamente alle docce fredde nel semiterrato di psichiatria.” Diedi la mancia al tassinaro, tipica abitudine dell’urbe e mi fiondai al pronto. “Di nuovo qui, Lei. Tolga il disturbo! Qui c’è gente che sta male per davvero.” In effetti il tizio non menava il bull per l’aia in corsia transitavano casi disperati e la mia maledetta cinesi me ne fece sentire i sintomi. Non mi diedi per vinto. Se Ayrton Senna nel ’88 arrivò al traguardo con la sola seconda, io potevo parlare col medico. Minacciai di recitare i versi del Tasso baroccamente se non mi avessero portato nello studio del primario a tempo zero. Gli infermieri sono soliti idolatrare Vasco, mai avrebbero sopportato barocchismi indi fu il medico a venire da me. Non dovetti scomodarmi. “Signor Giovanni Bartolomeo, deve smetterla di dare fastidio in pronto soccorso, adesso chiuderemo un occhio, due occhi, ma alla prossima vez la si chiama la madama.” “Ascolti dottore, credo di aver compreso la natura dei miei disturbi. Ho una lesione osteopatica!!!” In sala vi furono trenta minuti di silenzio. Medico ed infermieri rimasero fermi come statuette di merda. Al minuto trentuno si udì un risolino che si fece risata che si fece sganascio che si fece ghigno che si fece sbellico. Lo sbellico sberleffo lo sberleffo goliardata. L’infermiere mi allungò la camicia di forza e un bicchierino in vetro con disciolte 103 gocce di ansiolin. Anche i degenti mi risero in faccia. Soprattutto uno, in fin di vita, alla verbata lesione osteopatica si fece una unta sbertucciata dopodiché esalò con il tubo dell’ossigeno nell’uscio sbagliato. Il primario mi abbracciò, mi cacciò un biglietto da 100 nella tasca dei calzoni. “Lesione osteopatica, eh… devo chiederti scusa, ragazzo, tu sei il miglior attore comico dai tempi di Jerry Lewis.”

[spingi qua per arrivare al punto di partenza!]

Antigone ri-fotti la legge al Sally Brown Rude Pub di Roma

In Uncategorized on Maggio 22, 2013 at 10:42 PM

Antigone_RIfotti_la_legge_LOCANDINA_SALLYBN

PRODUZIONI NOSTRANE presenta

Giovedì 23 maggio ore 22
Sally Brown Rude Pub
Via degli Etruschi 3, San Lorenzo, Roma.

Antigone ri-fotti la legge

liberamente tratto da Sofocle
adattamento e regia di Botta Giovan Bartolo

con
Flavia Martino
Krzysztof Bulzacki Bogucki
Giovan Bartolo Botta

Antigone fotte la legge per forza di cose, per causa di forza maggiore, per forza di inerzia, per abitudine, per un sacco di buoni motivi, non fosse altro che per non farsi fottere. Da chi? Da chiunque. Emone non fotte. È fottuto. Ismene è fottutamente ottusa. Euridice è una fottuta lussuriosa. Creonte se ne fotte. È tutto un fottersi a vicenda nella Tebe dei diritti e dei doveri. Ma in verità cos’è Antigone per un attore? Una scusa. Una scusa per esibirsi. Certo, si poteva utilizzare una Locandiera, ed esibirsi con quella. Lo si farà prossimamente se i Maya vorranno. Se non ci sarà la fine del mondo. Intanto per gli attori di teatro ogni giorno è un po’ la fine del mondo. Ergo si va in scena senza tanti fronzoli. Perché domani chissà…

Bart e il teatro ultras da postitroma.it

In Uncategorized on febbraio 3, 2013 at 12:53 PM

http://day.postitroma.it/news/bart-e-il-teatro-ultras

di Vito Scalisi

Non si può inventare più nulla, a meno che non ci sarà un cambio dimensionale della terra. Solo in questo caso si potranno modificare contenuto e contenitore, e potrà nascere un teatro nuovo». Il sipario dentro il quale ci catapulta Giovan Bartolo Botta è quello del teatro militante indipendente e autoprodotto. Attore e regista, diplomato all’Accademia “Ribalte di Enzo Garinei”, Bart sfida il suo pubblico sul terreno più difficile per un attore: quello della prosa e del monologo. Il ritmo è serrato. Senza paracadute musicale, in un faccia a faccia, dal quale il pubblico non può sfuggire ed al quale Bart chiede di prendere una posizione. Da che parte stai? La scansione del tempo è al limite della catastrofe, solo gli alieni potranno salvare il teatro di prosa divenuto oramai illegale. Nel frattempo bisognerà organizzarsi. Proprio come gli ultras. Con striscioni e cariche da stadio contro musical e recite d’aperitivo.

Ora che la profezia Maya è stata disattesa quale sarà il futuro del teatro di prosa?

Sarà fatto di governi tecnici. Non ci saranno più politici ma saranno tutti periti industriali che hanno fatto l’Itis. Per prima cosa metteranno fuori legge il teatro di prosa. Si potranno fare solo musical, commedie musicali e il musicarello. Proprio come nelle dittature argentine degli anni ‘70, chi continuerà a fare prosa sarà prelevato dai servizi segreti e portato nelle patrie galere; diventeranno desaparecidos. Sarà una lotta verso la prosa. Ci sarà questa scissione: i vecchi maestri, non quelli morti come i Gassman, i Valli, i Lilla Brignone, gli Scaccia e i Stoppa, ma quelli vivi come i Branciaroli e gli Avogadro, all’inizio prenderanno le parti del teatro di prosa, dopo si faranno comprare e ci sarà il discorso della patta sui pantaloni: “Amici, cittadini, italiani, io ho sempre amato il teatro di prosa”, solo che mentre lo diranno si terranno una mano sulla patta. Poi arriverà un elicottero che, come per Ceausescu, li porterà in un’isola e se l’andranno a godere.
Qual è la colpa del teatro di prosa? E’ l’ultima ruota del carro. Quando ti dicono che il teatro va bene, sono gli incassi del musical perlopiù. Il teatro di prosa fa acqua da tutte le parti.
Quindi tu sarai una sorta di fuggitivo… Si stanno già creando le sacche di resistenza. Ci sarà il GLT (Gruppo Liberazione Teatro) e altri movimenti paralleli. Andremo nei teatri dove vanno in scena i musical e occuperemo la platea con striscioni tipo “ultras teatro” e “fossa della prosa”. Intoneremo cori e tutto sarà riportato su una visione di lotta e di teatro povero. Post Grotowski. Si può fare a meno di tutto, anche del pubblico.
Un clima di battaglia? Recitare in questo clima ti impone una recitazione “a culo stretto”, non da teatro di riposo o da teatro dell’aperitivo. Il mio modo di recitare si basa sulla costatazione che il personaggio a teatro non esiste. Sono parole scritte su un pezzo di carta e l’azione drammaturgica la puoi scandire solo attraverso tono, ritmo e volume. Entrando in quest’ottica tutto diventa più urgente. Qualunque cosa tu faccia. Non è più un recitarsi addosso ma tutto diventa più nervo, più carne. Il mio è un teatro pronto ad ogni imprevisto. Sono convinto che anche i nostri grandi pionieri, da Ruggeri a Zacconi, non erano immedesimati in nulla. Compenetrarsi nel personaggio secondo me complica il lavoro, è più una cosa da cinema. In una “situazione”, allora sì.
Questo è anche lo scenario all’interno del quale andrà in scena a Gennaio “Bernarda” al Teatro Duse. E’ una rivisitazione in chiave urbana dell’opera di Garcia Lorca. Lei è una madre con cinque figlie tenute a stecchetto, hanno una certa età e non hanno ancora vissuto la loro vita. Questo crea in loro un forte dramma. Vorrebbero andare in birreria o a ballare. La stessa Bernarda ha le sue debolezze. Oltre ad essere stata in passato schiava delle passioni vuole andare a vedere il Toro e fa attenzione che le figlie non vedano certe bandiere. Fuori il pericolo del maschio incombe. In più sono della Juve, per colpa del primo marito di Bernarda.
“Questa storia non piace a nessuno eccetto a voi attori” si legge nel testo della presentazione… …perché dobbiamo mangiare.
E’ un commento? Sono già le prime avvisaglie della battaglia.
Vi state organizzando? Ci sono già sacche di opposizione come le occupazioni dei teatri. Anche le compagnie, quelle che sono fuori dal circuito ordinario, combattono quotidianamente la loro battaglia.
A febbraio sarai anche al Teatro Manhattan. Riprendiamo l’Edipo Cronaca.
L’hai portato anche in un pub di San Lorenzo. Al Sally Brown. Lì faccio uno spettacolo al mese.
Il teatro in un pub? Ti mette alla prova. Hai il compito di attrarre l’attenzione del pubblico. Devi tenerli. Se non ci riesci, non è colpa loro, è l’attore che ha perso. Si tratta di pezzi realizzati con questo obiettivo. C’è l’Otello leghista, l’Amleto punk, molti pezzi sono sul calcio: “Vita di merda di Gigi Buffon”, “la Juve si rifà il lifting”. Con una forma teatrale che è quella del monologo, del delirio organizzato.
Nei tuoi spettacoli c’è sempre un tratto ironico. E’ tutto giocato sul filo. Mi piace giocare sullo spiazzo. Passare dall’ironico al tragico è prettamente tecnico. E’ tutto messo in mano agli attori. Non c’è nient’altro che ti viene a dare una mano. Non c’è una musica di Boccherini o di Einaudi che può salvarti il culo.
Il rapporto tra attore e pubblico è problematico? Però può diventare anche piacevole. Non ti sfugge nessuno. Quando Creonte recita: “Oggi ho fatto proclamare un editto riguardo ai figli di Edipo”, non lo dice in aria senza guardare nessuno. Nei miei spettacoli le luci in sala rimangono accese secondo concezione brechtiana. Non c’è una regia, solo un piazzato. Tutta la gente diventa cittadina di Tebe.
Il pubblico allora diventa una sorta di militante del teatro… Sì, si schiera. Deve prendere posizione. Non c’è il buio che ti salva. Mentre l’attore sproloquia non puoi guardare il messaggio sul cellulare o i risultati della partita. E se capita deve essere l’attore pronto ad intervenire, a correggersi nell’imprevisto.
Riprendi spesso la metafora del calcio, del tifo… Siamo dei giocatori. Abbiamo la nostra borsa e i nostri costumi sono magliette.
Cosa pensi delle occupazioni di nuova generazione? Penso che tutte le sacche di obiezione sono benvenute. L’importante è che quando ci incontreremo per l’ultima battaglia saremo uniti. Come in curva quando si va in trasferta.
Il tuo è un teatro politico? C’è una cosa che ti piace: il teatro di prosa. E pensi 24 ore su 24 a questo. Anche quando ciuli o sei in curva a guardare una partita. Questo è già intrinsecamente politica. Perché la proposta non sarà una farloccata.
Sul tuo blog pubblichi una storia a puntate “Un attore qualunque”. Di che si tratta? Di racconti dove immagino che gli extraterrestri sono fuggiti dal loro pianeta approdando sulla terra. Li invitano al Sistina a vedere un musical. Vanno alla serata di gala: c’è la salma di Myke Bongiorno, c’è Pippo Baudo. Tutte le delegazioni aliene sono presenti. Parte la musica. Iniziano a cantare. E’ a questo punto che gli alieni prendono le loro armi e iniziano a sparare come in Mars attacks. Da loro il musical è sempre stato illegale. Amano il teatro di prosa? Sì e anche le curve senza tessera.

Un attore qualunque 32

In Un attore qualunque, Uncategorized on novembre 1, 2012 at 11:41 am

Pm: “Signor Gallone, Lei… è omosessuale, eterosessuale, cos’è?
D. G.: “Non vedo come quest…”
Presidente: “Risponda alle domande del pubblico ministero senza commentare, non siamo al cineforum qui.”
D. G.: “Chiedo scusa, Signor presidente.”
Pm: “Allora, cos’è? Succhia limoni o fragole?”
D. G.: “Ambedue le cose.”
Pm: “Né carne né pesce dunque.”
D. G.: “Sì, di larghe vedute. Ma non vedo cosa possa c’entrare la mia vita privata con i capi di imputazione per i quali sono accusato.”
Pm: “Ora Le rinfrescherò la memoria. Noi siamo in possesso qui di un documento da Lei firmato in data 23/9/2005. Si tratta di un versamento che Lei avrebbe trasferito dal conto corrente dell’associazione culturale Minuscola Compagnia del Mughetto al conto corrente I Pestilli (nome del conto corrente) di proprietà del Pascià di Colonia, che come tutti sappiamo è il maggiore bordello operante in Europa. Ora, non è di nessun interesse per questa corte sapere cosa Lei ci andasse a fare nel maggiore bordello d’Europa, lo possiamo immaginare (risate in aula). Quello che non ci è chiaro è il perché Lei per saldare le sue spese personali si avvalesse di soldi non suoi ma di proprietà temporanea dell’associazione e con previo utilizzo di registro ad uso di attività culturale e pedagogica. A meno che Lei non ci dimostri che anche il consumo di attività sessuali non possa essere qualificato come attività culturale pedagogica. Se così fosse, rimarrebbe ugualmente il problema che i soldi utilizzati per il saldo del conto non erano suoi ma provenivano dalle banche le quali avevano prestato la somma alla vostra associazione in qualità di garanti per le attività già citate in precedenza.”
D. G.: “Vede, dottore (voce a singhiozzo), sin da piccolo io non ho mai avuto molta voglia di sporcarmi le mani, di lavorare insomma. Crescendo spesso riflettevo su quale potesse essere un lavoro adatto a me, ad una persona che poca voglia aveva di fare qualunque attività. Pensavo… sono carino, sono sensibile, sono ambiguo… potrei fare l’attore. Iniziai a fare provini qua e là, ma ricevevo sempre la medesima risposta: Fuori di qui, impostore!!! Non sapevo più dove sbattere la testa, avrei voluto gettarmi da un ponte, ma nella città dove abitavo non c’erano ponti abbastanza elevati da rimanerci secchi. Un giorno mi balenò in testa un’idea, grazie alla lettura di un bando sul notiziario regionale delle 19.30. Il bando diceva che sarebbero stati dati 60 mila euro ad una compagnia teatrale che avesse presentato un serio progetto culturale a lungo termine. Contattai subito un’altra persona anche lei carina e ambigua come me desiderosa di recitare, lei a sua volta decise di contattarne un’altra e così nacque l’idea di formare una compagnia di teatro. Il burocratico era sbrigato, rimaneva il problema di riuscire a recitare, ma era il meno. Noi chiamammo una serie di persone affidabili anche loro desiderose di calcare la scena e le sfruttammo tenendole all’oscuro dei finanziamenti che nel frattempo in quanto possessori di personalità giuridica continuavamo a chiedere a tutti gli enti possibili e immaginabili, banche comprese. (Lacrime dell’imputato)… Mi scusi, presidente, possiamo sospendere l’udienza 5 minuti, devo andare in bagno?”
Presidente: “No, vada avanti!”
D. G.: “Questi capitali… questi cap… questi capitali venivano utilizzati in una piccola percentuale per finanziare i nostri spettacoli e per il resto io e gli altri due miei colleghi si provvedeva alla spartizione del danaro secondo le nostre personali esigenze…”

L’interrogatorio dell’attore Doroteo Gallone durò più di 37 ore. All’uscita dal palazzo di giustizia una folla di giovani attori inferociti e alcune compagnie teatrali sul lastrico aggredirono verbalmente l’attore con insulti irripetibili. Ci fu chi scagliò sassi e mattoni, più le immancabili monetine al grido “vuoi pure queste?!”. L’attore Gallone osservò la scena inebetito pronunciando sottovoce: questa è una farsa napoletana. Ma ormai non era più lui, il glabro altisonante che in scena l’aveva spesso contraddistinto era completamente sparito. Risultava asciutto. Pareva quasi un attore cinematografico. Forse, e dico forse, e continuo a dire forse, se si fosse messo a fare provini adesso chissà… ma era troppo tardi, per lui ormai si era sollevato il sipario del teatro di San Vittore.

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