Giovan Bartolo Botta

Persinsala a proposito di OTELLO non si sa che fa

In rassegna stampa on aprile 29, 2019 at 8:08 am

https://teatro.persinsala.it/otello-non-si-sa-che-fa/55152?fbclid=IwAR3MIV8GZqjejcNsEaTCJ94cZe6VBr1XwPjFh6hpJlKqr28YvjSl7NZD8AI

di Vincenzo Carboni

Otello copertina

Una donna ci salverà

Al Teatro Studio Uno l’ultimo lavoro di Giovan Bartolo Botta è la vertiginosa parodia del nostro tempo, con Otello e Desdemona a fuggire dalla porta di servizio della tragedia shakespeariana.

Botta e Claudia Salvatore sono i celebranti di una cerimonia laica. Attendono che tutti si mettano a sedere, poi aspettano l’accendersi della miccia. Il corpo e il sangue sono quelli dell’attore, certo, ma anche Shakespeare è un corpo. La luce bianca che brilla forte dal soffitto somiglia a una lampada scialitica. La tragedia è sezionata, tagliata, attraversata da riferimenti all’oggi (la politica, la corruzione, il calcio), contagiata da incursioni di altre tragedie, di poesie (probabilmente “asmatiche”), di ansie che si incistano nel corpo e che non vogliono esser prese all’amo della parola.

Per fortuna c’è Shakespeare, il nume tutelare di Botta, ma anche quel riferimento verticale a cui ci aggrappiamo quando le chiacchiere da bar cominciano a stancarci, il TG ci riempie di notizie preconfezionate e il calcio è solo passerella per il potente di turno. Quindi niente di sorprendente quando nell’incipit scopriamo che Desdemona e Otello sono due beatnik dell’amore libero, con la voglia di fuggire la bagarre socialpolitik e correre «alla ricerca delle proprie paure». Anche il pubblico, riunito stasera allo Studio Uno, è qui per lo stesso motivo.

Cos’è l’amore? Ecco la domanda degli amanti. È una tempesta che ti strappa il petto. «È sangue, allora che si veda il sangue». È un salto nel vuoto, ma anche un procedere di lato, con cautela, perché avvicina pericolosamente alla verità di sé stessi. Desdemona avverte: «Amore mio, liberati di me. Se scopriamo chi siamo, il nostro sarà amore di morte». Solo l’amore taciuto è un amore perfetto, ma qui sta il problema. Quando è troppo tardi, quando l’amore si rivela e brucia della sua stessa materia, cosa fare dei resti, degli scarti, di tutto ciò che non funziona tra un uomo e una donna? «Defecheremo su carta da giornale» esclama Desdemona nello slancio della passione, alludendo al dopo, a quando la passione si spegnerà e avremo a che fare con la “merda” del nostro scontento.

E Iago? Vive in un’idea di perfezione che niente ha a che fare con l’amore. Infatti non sa e non può amare. In Shakespeare i momenti più terribili sono quelli in cui Iago si apparta e parla direttamente al pubblico, facendoci sentire perversi quanto lui: farà provare a Otello gli stessi demoni, perché «negro di merda», perché vuole far vivere un amore perfetto con la più bella donna di Venezia. Per Iago non può esserci amore vero, ma solo abile finzione, legame di interesse. Se tutto è fango, farà di tutto per mostrare a tutti il fango di Otello.

Gli interpreti procedono per passi a due puramente retorici che della danza drammaturgica hanno la grazia di sospendersi l’uno al fiato dell’altro, per poi precipitare nell’abisso del più violento infiammarsi. È quando la passione, il sospetto, la paura, prendono il sopravvento su quello che fino al momento prima sembrava solo leggera parodia. La voce di Claudia Salvatore sa giocare tra il maschile tono guerresco (quando è Iago) e quello seduttivo di Desdemona («Venite a letto, mio signore?»), prima della finale resa dei conti. C’è qualcosa di animalesco e allo stesso tempo di timido in questi due interpreti. Non si risparmiano mai sull’ascetico palco dello Studio Uno, fino a consumarsi come corpi prestati alla passione del pubblico, quella di comprendersi con la più arresa pietà.

«La mia vita sulla sua fedeltà!» ripete il Moro. Ma se scommettessimo allo stesso modo sul teatro? Capiremmo che insistere a frequentare teatri coraggiosi come Studio Uno è ancora possibile incontrare capolavori e non c’è dubbio che Otello non si sa che fa sia capolavoro, pur nella sua deliberata imperfezione. Botta nel finale ci dice che una donna ci salverà. Non sarà quella disposta a fare da specchio al nostro narcisismo. Sarà «una pessima ragazza», quella che ci dirà la verità, tale da spezzarci nel pieno di una ridicola aspettativa di pienezza. Una fine serve pure a qualcosa: a Desdemona per continuare a vivere, a Otello per continuare a morire.

Teatro e Critica a proposito di “Bernarda o il kaos di Bernarda Alba”

In rassegna stampa on marzo 21, 2019 at 4:53 pm

https://www.teatroecritica.net/2019/03/la-casa-di-bernarda-alba-secondo-il-metodo-botta/

di Andrea Pocosgnich

La casa di Bernarda Alba, secondo il “metodo Botta”

Bernarda scena 1

Al Teatro Studio Uno abbiamo visto Bernarda, uno spettacolo di Giovan Bartolo Botta, a partire da La casa di Bernarda Alba di Federico García Lorca. Recensione

C’è La casa di Bernarda Alba, un dramma scritto negli anni trenta da Federico García Lorca, nella Spagna franchista, una tragedia familiare in cui alcuni dei temi classici della drammaturgia iberica vengono usati come specchio proprio della tirannia: l’amore portatore di libertà e progressismo e una figura matriarcale oppressiva che fa della tradizione l’arma con cui regolamentare e soggiogare tale libertà.

Poi però c’è una compagnia, un gruppo tra i più attivi del panorama off romano, chiamato Produzioni Nostrane – Ultras Teatro: è guidato da una personalità peculiare, schiva e debordante, Giovan Bartolo Botta. Qualche anno fa capitò di vedere una sua riscrittura di Antigone al Fringe Festival che ci lasciò sorpresi per il folle radicalismo di alcune soluzioni e di quel segno impresso dallo stesso Botta, così riconoscibile.

Il percorso dell’artista, cuneese di nascita, è in effetti fortemente legato ai classici, oltre al capolavoro di Lorca porterà in scena Otello, anche questo al Teatro Studio Uno – luogo che si dimostra ancora una volta ricettivo e pronto ad accogliere nuovi spunti. Il sodalizio di Botta con i classici della parola drammatica è inteso assecondando le possibilità di riscritture, spesso votate a una precisa volontà di creare dei veri happening teatrali, in cui quasi tutto potrebbe accadere mantenendo però la centralità del nucleo drammaturgico.

Anche nel caso di questo allestimento visto nello spazio di Torpignattara si ha la sensazione di essere spettatori di uno spettacolo non chiuso, ma vivo e portatore di riflessioni oltre che di puro divertimento.
Più che parlare di messa in scena nel caso di Botta e del suo gruppo potremmo parlare di “messa alla prova”: da una parte si respira quell’atmosfera tesa ma anche giocosa della sperimentazione pura che si può trovare in certi momenti laboratoriali, quelli in cui dopo un’improvvisazione o una prova riuscita rimane la soddisfazione di aver visto qualcosa di unico ma anche di inafferrabile, effimero e tragicamente irripetibile. Ecco, è come se Botta cerchi di sistematizzare quella materia così pulviscolare, e trovare la formula che permetta di portare in scena qualcosa che è relegato al di fuori dallo sguardo del pubblico. Rendere insomma teatrale, anzi proprio spettacolare, direi, il processo; o comunque tentare di cristallizzare qualcosa che arriva un attimo primo della chiusura definitiva.

Affascinante utopia per “nerd” del teatro e maniaci di teorie e pratiche della recitazione? In un certo senso sì, ma fortunatamente non solo: lo dimostra il pubblico che lo segue con costanza. Il “metodo Botta” non dimentica l’imprescindibile relazione con lo spettatore. Anzi c’è una tensione costante a vivacizzare questo rapporto utilizzando anche tecniche da avanspettacolo e approcci diretti che solletichino la superficie di quella relazione.

Nella riscrittura del classico spagnolo il regista e interprete è nello spazio di mezzo, tra la piccola platea e il palco, la sua attenzione si misura costantemente con i due piani: la scena e il pubblico. Come se fosse una sorta di guardiano di questa terra di mezzo, responsabile del flusso emotivo, misuratore umano di quella stessa relazione. Ma è anche un orchestratore invisibile (neanche troppo), emana piccoli segnali ai propri attori, è visibilmente in ascolto delle battute di tutti, anche quando apparentemente la scena non lo richiederebbe, proprio come un pedagogo farebbe con i propri allievi. È anche l’unico che in questo caso sembra poter fare i conti direttamente con l’improvvisazione, alcune volte mascherata, altre maggiormente palesata: può ad esempio capitare che interrompa lo spettacolo riproponendo uno scambio di battute perché non riuscito secondo i tempi o i modi sperati. Accanto a lui, nella stessa zona mediana c’è Maria Grazia Torbidoni, attrice puntuale nella restituzione del ruolo della Poncia, pronta ad assecondare i ritmi assennati.

Ma Botta è anche un attore con un talento brutale, qui piega al proprio stile il personaggio di Bernarda e, come accade al resto dei personaggi, la trasforma in un apparato emotivo bidimensionale. Anche le figlie (Krzysztof Bulzacki Bogucki, Isabella Carle, Claudia Salvatore), alle quali la regia sostanzialmente quasi nega qualsiasi possibilità di movimento scenico relativo ai canoni del teatro rappresentativo, vivono nelle battute spesso ad alto tasso emotivo, sono megafoni di certe intenzioni ed emozioni più che veri e propri personaggi.

La trama si spolpa di qualsiasi orpello e arriva diretta, sparata dai corpi in tensione degli attori (i quali indossano t-shirt con scritto Garcia Lorca Show) dando così al pubblico la possibilità di farsi cassa di risonanza ultima degli interrogativi di Lorca e di ragionare sui suoi archetipi drammaturgici.

Andrea Pocosgnich

Teatro Studio Uno, Roma – marzo 2019

BERNARDA
O IL CAOS DI BERNARDA ALBA

spettacolo teatrale in salsa punk
liberamente tratto da Federico Garcia Lorca
adattamento e regia di Giovan Bartolo Botta
con Giovan Bartolo Botta, Krzysztof Bulzacki Bogucki, Isabella Carle,Claudia Salvatore, Mariagrazia Torbidoni
progetto grafico Leonardo Spina
costumi SerigraFata di Francesca Renda
striscione Ultras Teatro Fuori Registro di Nicola Micci
produzione Sylvia Klemen Kolarič

The Parallel Vision a proposito di ‘Otello non si sa che fa’

In rassegna stampa on febbraio 20, 2019 at 3:26 pm

https://theparallelvision.com/2018/11/20/recensione-otello-non-si-sa-che-fa-al-teatro-studio-uno/

di Raffaella Ceres

Otello scena3

Che valore ha l’essere contestati, ingannati, provocati, amati? Valeva moltissimo quando Shakespeare immaginò le sue tragedie emotive e sociali e viene legittimato oggi dalle prepotenti riflessioni con le quali Giovan Bartolo Botta ha sfidato il pubblico attraverso la sua nuova ricerca drammaturgica: “Otello non si sa che fa”, in scena recentemente al Teatro Studio Uno, la casa del teatro off di qualità.

L’Otello è annoverato nell’insieme dei drammi maggiori del grande poeta inglese e racconta il dolore che accompagna l’incapacità di mantenersi fermi e lucidi nel “qui ed ora” delle passioni. L’analisi del testo compiuta da Giovan Bartolo Botta, che ne firma regia e adattamento, scandaglia con feroce precisione l’impeto distruttivo dell’amore, della gelosia e del conflitto.

Nei 50 minuti senza respiro (sia degli artisti in scena, sia del pubblico rapito in sala) non si ha la percezione di partecipare al dramma dell’amore. Non solo, almeno. La lettura che viene offerta in “Otello non si sa che fa” circa la gestione del conflitto generata da una passione, riesce a spaziare fra i temi del sociale, della politica e del senso della cultura contemporanea, lasciando che contaminazioni meno convenzionali (una disquisizione para-filosofica sulla tifoseria bianconera, ad esempio) si tramutino in oggetto e soggetto dell’azione teatrale.

Otello, Jago, Roderigo, Desdemona protagonisti di un amore taciuto e vilipeso. Uguali a ciò che la vita gli impone di essere ma consapevoli portatori della loro intima diversità. Cosa significa essere diversi? Da cosa vogliamo essere diversi? Forse, sembra suggerire la pièce, dall’essere in grado di non farci mettere sotto scacco dalle impressioni e di non maltrattare i nostri talenti.

L’innamorato conta ad uno ad uno i minuti della sua dannazione

Come rendere tragicamente ancor più attuale il cuore delle argomentazioni shakespeariane declinate in questo spettacolo? “Otello non si sa che fa” propone un esercizio di stile complesso e sintomatico: esasperare il senso della tortura. Oggi siamo ingabbiati e tormentati da una società che propone tutto e il contrario di tutto come pensato e accuratamente indagato.

La tortura viene resa tangibile dalle impegnative interpretazioni dello stesso Giovan Bartolo e dalla bravissima Claudia Salvatore che pare volteggiare nel testo portando con sé una proprietà vocale e una intensità espressiva che lasciano il segno. Per  l’occasione Giovan Bartolo Botta dimostra di aver interiorizzato l’ennesimo salto qualitativo del proprio percorso artistico che lo conduce, stravolto e intimamente emozionato, al termine dello spettacolo.

La regia centra l’attenzione sul veloce scambio di battute fra i 2 protagonisti, un vero e proprio duello verbale che talvolta si sovrappone creando musicalità all’interno della rincorsa sinottica sapientemente orchestrata. Non è forse vero che talvolta ci lasciamo ingannare da ciò che non sappiamo ascoltare ma che abbracciamo come nostro, anche se appartenente al pensiero altrui?

I 2 attori non si toccheranno mai in scena seppur spinti al limite massimo di contatto, separati unicamente da un tavolo, il centro dell’attimo che le parole proposte vogliono fissare e trafiggere. O forse illudere, come spesso gioca a fare il vero amore.

Lo stile drammaturgico è complesso e prevede un ritmico scambio di personaggi che s’impone di non perdere mai di vista il contesto. C’è concentrazione, precisione e passione nel lavoro definito “senza memoria” dallo stesso autore di “Otello non si sa che fa”.

Cosa resta del legame fra l’Otello shakespeariano e questa proposta inedita? Il tema dell’invidia e della distruzione dell’identità politica e sociale che ci attanaglia senza tregua. Cosa (s)travolge l’esito degli eventi? Un finale a sorpresa nel quale viene offerta la via di fuga per un possibile riscatto: urlare senza paura ciò in cui si crede.

Otello non si sa che fa” (Produzioni Nostrane-Ultras Teatro) verrà nuovamente presentato il 21 novembre al Club55 (Via Perugia 12, zona Pigneto) e il 4 dicembre presso Giufà Libreria Caffè (Via degli Aurunci 38, zona San Lorenzo). Vi consiglio di non perdere la possibilità di partecipare a un esercizio di teatro che mette in scena i testi classici adattandoli a un linguaggio contemporaneo e che sceglie di sperimentarsi a sua volta in luoghi molto diversi fra di loro per dar voce all’urgenza del teatro.

The Parallel Vision ⚭ _ Raffaella Ceres)